Resistenza: un meraviglioso atto umano

di Gabriele Mercanti

Young forest, 2017 – Clementine de Chabaneix, Cortesia della Dorothy Circus Gallery

 

Questa parola richiama alla memoria immediatamente un periodo storico preciso e richiama altresì valori e ideali preziosi per una società civile e rispettosa dei diritti; ma inevitabilmente essa richiama alla memoria anche sacrifici, sofferenze e morte. È una parola che, a ben vedere, forse riguarda proprio l’essere umano in sé, con il suo complesso e intricato destino, con la vita e la sua precarietà. Si resiste ogni giorno d’altronde, ogni essere umano vive e resiste ogni giorno in molti modi e nei contesti più disparati, dove spesse volte la fortuna è decisiva sulla forza fisica, mentale e di spirito. È una parola che dovrebbe indurre a riflessioni più che a clamori, al rispetto verso sé stessi e verso l’altro, ad essere inclusivi e unire gli esseri umani per difendere la propria dignità. Resistenza richiama quindi anche l’azione, non solo intesa come spinta fisica ma anche morale e di pensiero e assume le forme di un “motore”, che tiene in vita qualcosa, che sostiene questo qualcosa e lo manda in avanti, pensando a una logica lineare di tempo. Resistenza allora è pure progresso, intendendo per progresso quella situazione in cui i benefici devono essere estesi il più possibile a una comunità intera. Questo “motore” resterebbe comunque attivo se tutti quanti potessero vivere bene il poco tempo riservato su questa terra, perché la resistenza non nasce per forza dalla violenza, non deve essere necessariamente la conseguenza di una reazione ad un sopruso o ad un conflitto. Resistenza è una condizione dell’essere umano e un atteggiamento di tensione, cioè tendere verso qualcosa. Verso cosa? Come ben si sa l’essere umano si contraddistinguerebbe non solo per l’intelligenza ma soprattutto per la facoltà di creare: la creatività. Ed è forse proprio la caducità, la debolezza e il paradosso stesso della vita di un essere umano – che nasce, esplora, conosce, si meraviglia, e poi comprende piano piano, fino a prova contraria, che tutto finisce come mai esistito prima – che spinge l’essere umano ad un anelito profondo, nel tentativo di lasciar in qualche modo e in tante maniere una traccia di sé. Si tratta cioè di una tensione vigorosa che prova a resistere ad un destino bizzarro con tanta paura, sofferenza ma anche tanta gioia, felicità e commozione.

Sembra che l’illogicità della vita, e pertanto dell’essere umano, si fondi con l’intelligenza e la razionalità, con i sentimenti e le paure, con i traumi e con le emozioni più irrazionali; questa tensione di molteplici elementi, vale a dire questa resistenza, darebbe forse vita alla creatività in ognuno di noi. La ricerca costante di un equilibrio è tale resistenza, che appartiene in modo profondo all’essere umano ed è un equilibrio che in fin dei conti non si troverà mai: c’è chi lo perde presto, soprattutto nei momenti di crisi, c’è chi nasconde bene la precarietà e c’è chi non si accorge nemmeno di essere in bilico tanto è inglobato in questo vortice sospeso.

Tra le varie meraviglie che l’essere umano è riuscito a creare, attraverso una continua resistenza, troviamo la musica e le sue complesse forme. La musica non è solo il canto degli uccelli o il soffio del vento, non è solo dunque un elemento connaturato all’esistenza di questo mondo. Senza voler dare una definizione precisa, in parte si può dire che la musica e i suoi linguaggi rappresentano il nostro pensiero tanto quanto il nostro mondo interiore più irrazionale, cioè rappresenta la nostra natura ed è parte della nostra identità di esseri umani; quindi è anche certamente storia e tradizione di molti popoli e si lega fortemente alle vicende sociali, politiche di un’epoca. È un diritto viverla e tramandarla di generazioni in generazioni. È un dovere custodirla e difenderla come è un dovere preservare la dignità, la salute e la libertà degli individui. La musica, in quanto rappresentante privilegiata dell’essere umano, ad esempio può essere oggi uno degli strumenti importanti necessari per resistere alle fattezze che oggi l’uomo sta assumendo. L’epoca in cui la digitalizzazione e lo sviluppo sempre più repentino dei mezzi tecnologici e della comunicazione a distanza se da una parte ottimizza e fornisce dei miglioramenti è noto però che dall’altra acuisce alcuni problemi che già nel secolo scorso erano presenti: non si riesce a vivere abbastanza con tranquillità la riflessione, c’è una tendenza all’isolamento verso sé stessi, incontriamo anche sempre più atteggiamenti superficiali volti a semplificare, ridurre e settorializzare fino agli elementi più stringati. La resistenza e quindi la “tensione” di cui oggi abbiamo bisogno è la facoltà di riappropriarsi di sé stessi e della propria natura intesa anche in senso sinaptico, liberandosi dalla morsa delle mode tecnologiche (senza confonderle con il progresso tecnologico, che resta fondamentale). Non è utopia o retorica perché la riflessione lenta, la memoria, la costanza, l’approfondimento sono attitudini che possono trasformarsi in esercizi determinanti per resistere, per vivere, per proteggere la nostra natura fragile, per tutelare anche quella nostra tensione, quella nostra resistenza, e quindi quel nucleo generatore prezioso, che è poi di fatto una continua interazione articolata tra molti fattori. La musica – quando resta legata ad aspetti profondamente umani – rientra perfettamente anche in questo quadro ed ora più che mai è indispensabile: resistere per la nostra resistenza ed esistenza, diritto e dovere di resistenza per vivere da esseri umani.

Young forest, 2017 – Clementine de Chabaneix, Cortesia della Dorothy Circus Gallery