Peni Candrarini e la ricerca della bellezza: la scelta di una donna compositrice nella Giava contemporanea

di Ilaria Meloni

Peni

Ho conosciuto Peni nel 2016, quando frequentavo le lezioni all’ISI (Accademia Indonesiana delle Arti) nella città di Surakarta, Giava Centrale. Apprendendo della sua poliedricità artistica – sindhen (cantante donna tradizionale), insegnante, musicista e compositrice – ho capito subito di trovarmi di fronte ad una figura poco comune a Giava, soprattutto all’interno della comunità artistica tradizionale. Peni è stata l’insegnante di molte cantanti straniere approdate a Giava per apprendere le tecniche di canto tradizionale (come la sottoscritta), e punto di riferimento per molte studentesse locali che hanno affrontato una scelta importante, quella di oltrepassare i limiti della tradizione e porsi come artiste contemporanee, non più costrette in classificazioni di genere – nell’ideale dell’iper-femminile giavanese tramandato da secoli di cultura cortese – ma libere di esprimersi al pari dei loro colleghi uomini.

In una società conservativa e di stampo patriarcale come quella giavanese, in cui i ruoli di genere sono determinanti all’interno delle arti performative, è naturale per una ragazza che intraprenda lo studio di discipline scenico-musicali approdare alle vette del teatro danzato in veste di raffinata ballerina o alla musica delle orchestre gamelan e dei teatri delle ombre in veste di sindhen (cantante femminile tradizionale). Mentre altri ruoli come quello di strumentista o marionettista sono riservati agli uomini, le donne si trovano spesso ad incarnare quell’ideale di “raffinatezza” (halus) e grazia espresso in ogni singolo aspetto della loro prassi performativa, dalla tecnica vocale, al repertorio basato su testi tramandati dalla letteratura cortese, al modo di parlare, di sedersi e di interagire con la controparte maschile e con il pubblico.

A partire dagli anni ’60, con la cosiddetta hiburan culture (“cultura dell’intrattenimento”) nuove figure di artiste femminili hanno cominciato ad affacciarsi all’orizzonte mediatico (radio e TV) in veste di icone pop, sfociando in parte anche nel panorama artistico tradizionale, offrendo una scelta sul ruolo femminile rappresentato nella società: la conservativa cantante tradizionale di retaggio cortese o la cantante “moderna”, più spregiudicata e aperta all’orizzonte della popular music e del vasto pubblico. Peni è una delle rare pioniere che sono andate oltre questa dicotomia e si sono poste come sindhen kontemporer, cantanti o meglio artiste “contemporanee”, capaci di fondere tradizione e avanguardia senza necessariamente passare per i generi di intrattenimento e l’immagine stereotipata della donna (forse più emancipata, sì, ma sempre “spalla” di qualche artista maschile, musicista o marionettista).

Originaria di Tulungagung (un villaggio di Giava orientale), Peni ha iniziato a studiare canto sindhen da piccola, assieme al papà marionettista e alla sorella Kesi (con la quale ha condiviso parte del percorso e le cui strade si sono in seguito separate). Trasferitasi da giovanissima a Surakarta, centro culturale di Giava centrale dove ha frequentato il liceo musicale ed in seguito l’Accademia Indonesiana delle Arti (ISI), ha cominciato ad entrare nel mondo delle arti performative centro-giavanesi e ad approcciarsi anche ad altre discipline, come la composizione e la musica sperimentale. Grazie ai suoi interessi verso ogni tradizione vocale tra quelle diffuse sul territorio indonesiano, fino al jazz e all’elettronica, Peni ha cominciato a sviluppare uno stile vocale molto peculiare che ha applicato in parte al canto sindhen ed in parte alle sue nuove composizioni, in cui il canto classico giavanese rimane un sostrato costante, ma che abbracciano diverse tecniche vocali e una fusione di tradizioni musicali da ogni parte del mondo. La borsa di studio ottenuta presso il California Institute of the Arts ha costituito un punto di svolta definitivo che le ha permesso di tornare a Surakarta piena di nuove idee e collaborazioni e con una mentalità aperta a nuovi modi di essere cantante nel panorama contemporaneo. Oggigiorno, Peni è una delle insegnanti di canto e composizione all’ISI di Surakarta e una sindhen, compositrice e cantante dalla carriera avviata a Giava e all’estero. Peni lavora al tempo stesso con molti artisti rinomati come il regista Garin Nugroho, con il quale ha collaborato per la colonna sonora del film Setan Jawa, composta da Rahayu Supanggah (celebre compositore giavanese, maestro di Peni) presentata nel settembre 2018 a Berlino, dopo aver precedentemente partecipato all’Eropalia Festival e al progetto Shadow of Java ad Amsterdam. I suoi lavori costituiscono sempre un incontro tra la tradizione giavanese (specialmente quella vocale) e la scena musicale contemporanea in Indonesia, Europa e America. È interessante come, da un lato Peni sia ancora molto devota al canto sindhen tradizionale (che insegna nelle sue classi e privatamente anche a molte straniere) e, dall’altro lato, sia totalmente proiettata verso la sperimentazione vocale estrema e verso nuovi impulsi da ogni ambito musicale.

Premiere del film Setan Jawa di Garin Nugroho (Humboldt Forum, Berlino, 2018) con Peni Candrarini (la seconda da sinistra).

L’unica realtà che Peni ha scelto di evitare è quella del: “Popolare mondo delle sindhen moderne”, come lo definisce lei, cioè l’ambito dei teatri delle ombre contemporanei, che pone la cantante femminile sotto una luce sotto la quale Peni non vuole brillare. Il 15 maggio del 2018 Peni mi ha rilasciato una lunga intervista ripercorrendo il suo percorso di vita e di studi e spiegandomi le ragioni per le quali ha scelto di divenire, come lei si definisce, sindhen kontemporer (“cantante giavanese contemporanea”):

“Ho una discendenza artistica: mio padre era un marionettista come prima suo padre, il mio nonno materno era un suonatore di gendér [metallofono tradizionale]. Insomma, provengo da una famiglia d’arte. Sono nata a Giava orientale e tutti gli artisti del villaggio erano membri della mia famiglia. Ma era difficile sopravvivere all’epoca, eravamo molto poveri. Mio padre non era molto popolare come marionettista.  Dato che non riscuoteva molto successo ha dovuto cercare mezzi di sostentamento alternativi come improvvisarsi pescatore e cominciare a vendere aragoste al mercato. Nonostante ciò, mio padre ha sempre incentivato lo spirito artistico di me e mia sorella Kesi: “Figlie mie, non fate come me, costretto ad un lavoro umile. Dovete andare in una grande città a Giava centrale e diventare artiste di grande successo, non come vostro padre”. Ho sentito ripetere questa frase di continuo, da quando sono piccola.”

Come molte altre sindhen intervistate in questi anni, Peni deriva da una famiglia d’arte, situazione ancora comune in molte zone rurali e conservative. I discendenti di famiglie d’arte sono spesso incoraggiati dai genitori ad intraprendere lo stesso percorso e continuare la discendenza, il che dà luogo a casi come quello descritto da Peni, in cui parte della popolazione di un villaggio è costituita da artisti imparentati tra loro. Molti di questi figli e figlie d’arte hanno l’opportunità di conseguire una formazione definita alami (“naturale” o per trasmissione orale/aurale) essendo immersi da giovanissimi in un ambiente musicale tradizionale e partecipando ad esercitazioni e performance sin da tenera età. Tuttavia, non sempre la professione di artista permette di sopperire ai bisogni economici, specialmente in zone rurali dove gli spettacoli hanno dimensioni ridotte e non contano su grandi sponsor. Proprio per questo motivo, sempre più musicisti si muovono verso le “grandi città” soprattutto i due centri accademici e culturali di Giava centrale: Yogyakarta e Surakarta. Qui si recano a cercare fortuna e tentare di dare una svolta alle loro carriere. Quando Peni ha raggiunto “la grande città” possedeva già una formazione “naturale”, grazie agli insegnamenti del padre e della comunità artistica del villaggio:

“All’età di cinque anni mi avevano già insegnato a cantare. [Ho iniziato] da piccoli componimenti e poemi intonati e poi, all’età di sei anni, ho cominciato a partecipare alle competizioni canore nel mio distretto. Facevo la scuola elementare. Vincevo continuamente il primo premio alle competizioni di macapat [piccoli poemi]. Quando mi sono iscritta per la competizione distrettuale un 17 di Agosto [ricorrenza dell’indipendenza indonesiana] mio padre scrisse per la mia esibizione un testo che parlava della liberazione. Mio padre ci trovava spesso delle committenze, voleva far conoscere le sue figlie al pubblico. Coinvolgeva sempre me e Kesi, anche se Kesi era più grande e conosceva già molti brani classici, che le erano stati insegnati secondo la maniera della nostra famiglia. Quando eseguivamo un brano, di solito io cantavo l’introduzione a voce sola e Kesi cantava il resto del brano, perché io ancora non sapevo cantare con l’accompagnamento dell’orchestra gamelan. A casa non avevamo il gamelan, solo il rebab [viella]. Mio padre ci portava occasionalmente in città per trovare dei posti in cui esercitarci con gli strumenti tradizionali. Andava in giro a cercare musicisti e se trovava benché un suonatore di gendér gli diceva: ‘per favore suona, mia figlia vuole cantare’.”

Dalle parole di Peni traspare la difficoltà di esercitarsi senza poter disporre di strutture ed ensemble adeguati in piccoli centri rurali, che sono invece vantaggi che offrono grandi centri artistici di Giava centrale, in cui molti amatori possiedono spazi pubblici privati che mettono a disposizione di esercitazioni e di chiunque voglia usufruirne. Questo è un altro dei motivi per cui, dopo un primo apprendimento “naturale”, le famiglie come quella di Peni e Kesi decidono di mandare i figli e le figlie a perfezionarsi in grandi centri accademici e cittadini:

“Mia sorella Kesi è stata la prima ad andare a Surakarta per studiare karawitan [musica classica giavanese] al liceo musicale ed ha riscosso subito un grande successo. All’inizio è stato molto difficile per la nostra famiglia sostenerla negli studi e dato che lei è stata la prima ad andare in avanscoperta, è stata lei a dover trovare i contatti giusti, quelli con cui poteva avviare la carriera di sindhen [cantante femminile tradizionale]. Dopo il secondo anno di liceo musicale, i nostri genitori hanno smesso di mandarle denaro perché era già in grado di guadagnare a sufficienza per sé e per aiutare la famiglia. Lei è stata la mia motivazione: ‘Peni devi andare a Surakarta, a raggiungere tua sorella’. Quindi sono andata anche io al liceo musicale e poi mi sono iscritta al dipartimento di musica tradizionale all’Accademia Indonesiana delle Arti. Dopo la triennale mi sono iscritta alla specializzazione in composizione. In realtà, il mio interesse è sempre stato il canto classico ma volevo andare oltre, verso la composizione e la sperimentazione vocale. È questo che ora determina la mia individualità. Ho scelto una strada diversa da mia sorella.”

Come accade per molti artisti in molte aree periferiche, Peni e Kesi sono state in qualche modo indotte dalle famiglie a continuare la discendenza artistica e a legittimarla tramite l’apprendimento accademico e la “popolarità” che offrono centri di eccellenza, tra cui forse Surakarta è il più noto e gettonato (non solo da artisti locali ma anche da studiosi e ricercatori stranieri dai tempi coloniali ad oggi). Questo fenomeno è riscontrato tra le ultime generazioni di artisti provenienti da un alto retaggio artistico-familiare che sono stati mandati a completare la loro formazione artistica in centri di eccellenza per ottenere uno status superiore a quello dei loro genitori, zii e nonni, appartenenti alla generazione del secolo passato. Infatti. lo status di artista “naturale”, oggigiorno, non porta più i risultati sperati e, talvolta, non garantisce neanche la sussistenza. Ciò è dovuto anche al nuovo sistema di management delle performance, entrato in voga verso gli anni ’90, che prevede che gli eventi non siano più indetti e finanziati da comunità di villaggio o da organi collettivi ma da uno sponsor facoltoso che finanzia in toto le performance (spesso anche a fini promozionali o propagandistici) e tende a scegliere gli artisti di fama maggiore sul territorio, preferiti agli artisti provenienti dalle piccole comunità locali. Più è alto il budget più gli artisti ingaggiati godono di popolarità. È il caso di marionettisti come Ki Enthus o Ki Seno Nugroho, Ki Manteb Sudarsono e Ki Purbo Asmoro, che guadagnano fino ad 80 milioni di rupie (circa quattromila euro) a serata. Di conseguenza, entrare a far parte dell’entourage di questi artisti in veste di musicisti e sindhen costituisce una svolta decisiva nella carriera personale. È per questo che molti degli artisti originari di altre aree sul territorio giavanese finiscono per apprendere la musica nello stile di Giava centrale mediata dalla tradizione egemone e standardizzata secondo metodologie di apprendimento scritto, secondo programmi mirati a formare futuri musicisti e cantanti che possano avere successo nelle arti performative più popolari (come il teatro delle ombre) e possano ricevere ingaggi da parte di importanti sponsor, con lauti guadagni garantiti. Kesi e Peni si sono presto integrate in questo sistema (anche e soprattutto grazie alle pressioni paterne e alla preparazione impartitagli fin da piccolissime) ed hanno ottenuto un rapido successo, cominciando ad essere ingaggiate da importanti marionettisti di Giava centrale:

“All’inizio ero una sindhen tradizionale. Ero spesso ingaggiata dai miei compagni di corso, alcuni dei quali erano già marionettisti famosi. Ero una grande fan della cantante Ibu Yadmi [Suryadmi] e quando suo figlio mi ingaggiò dicendomi: ‘Peni, domani faccio uno spettacolo, vuoi far parte delle mie sindhen?’ non potevo crederci. Ancora non avevo la confidenza necessaria, era la mia prima performance da sindhen, ma lui credeva in me. Sapeva che ero la migliore del mio corso, anche se non ero ancora in grado di eseguire brani complessi. Però ero molto brava ad eseguire i brani degli interludi comici, perché avevo esperienza sin da piccola. Il figlio di Suryadmi mi disse: ‘Mia madre può insegnarti, e può aiutarti nella preparazione, devi solo portare il tuo kebaya [blusa tradizionale]’. Ho chiesto in prestito la blusa ed il set di accessori per l’acconciatura tradizionale a mia sorella. Guadagnai 50.000 rupie (circa 3 euro) per quella performance, andai da mia sorella e dissi: ‘Cosa dovrei farne?’. Lei mi disse: ‘È ora che compri i tuoi accessori personali da sindhen, andiamo al mercato!’.”

Il teatro delle ombre costituisce il trampolino di lancio per molte sindhen, prima ancora di altre arti performative ed è l’arte che più garantisce popolarità e successo, oltre a quella in cui avvengono la maggior parte delle trasformazioni. Per molte sindhen la prima esperienza all’interno del teatro delle ombre costituisce un ricordo traumatico ed un motivo di orgoglio al tempo stesso e sancisce una sorta di debutto nella società artistica giavanese. L’aspetto che emerge è soprattutto l’attenzione al dato visivo (la necessità di trovare il costume e gli accessori adatti) prima ancora della competenza effettiva nella varietà dei repertori vocali (ai quali può sempre sopperire qualche sindhen anziana). Il primo spettacolo è un banco di prova, in cui si testa più che altro la resistenza (circa nove ore di performance in posizione inginocchiata) e la capacità di mantenere la giusta etica sul palcoscenico, entrando letteralmente “nei panni” della sindhen e di tutto quello che simboleggia nella società giavanese. Più si va avanti nella carriera e più si accumulano collezioni di costumi ed accessori personalizzati (che seguono, soprattutto nel secolo corrente, le ultime tendenze e le richieste di sponsor e leader dei gruppi di gamelan e delle troupe dei teatri delle ombre). Acquistare il primo outfit per una cantante è quindi una sorta di rito di passaggio, un’iniziazione ed un investimento che, nei migliori casi, come nel caso di Peni, si rivela fruttuoso:

“Dopo il mio debutto ero richiestissima! A Surakarta, Surabaya, Giava orientale… all’Accademia avevo appreso diversi stili regionali come quello sundanese, balinese, davvero molti. Quando ho collaborato con Pak Sunaryo, un marionettista di Giava orientale, ho avuto modo di mettere in pratica ciò che avevo imparato, poiché lui non voleva sindhen che eseguissero solo brani classici centro-giavanesi, ma voleva spingersi oltre i confini. Lui voleva che eseguissimo gli stili come quello di Banyumas [distretto rurale di Giava centro-occidentale] o che cantassimo brani in cui vi era una fusione di stili.”

Questa esperienza è stata determinante per Peni, non solo perché le ha aperto la via per il successo ma poiché ha potuto cominciare a mettere in pratica lo studio di diverse tradizioni vocali, che avrebbe costituito un elemento fondamentale per sviluppare il suo stile personale e la sua sensibilità artistica. Lo stile pan-giavanese consiste non solo nell’utilizzare elementi di diversi “stili regionali” (ovvero stil musicali espressione di minoranze etnico-culturali sul territorio giavanese) ma anche nel creare nuove composizioni basate sulla fusione degli stili in senso transculturale e aperto a nuove direzioni (che superino i limiti di corti e accademie). È proprio in questo periodo più intenso della carriera di Peni, in cui l’artista inizia fruttuose collaborazioni con i più grandi marionettisti giavanesi (i cosiddetti “superstar dalang”). È durante questo periodo che Peni comincia a formare il suo stile personale e ad approcciare al mondo della sperimentazione e della musica contemporanea:

“Ho iniziato a sviluppare il mio stile personale nel 2002, quando sono entrata in contatto con l’ensemble Sono Seni, un gruppo di musica contemporanea a Surakarta, il cui leader era I Wayan Sadra Suwargi. Ben presto, tramite i miei docenti, sono stata coinvolta nei loro progetti. All’epoca non avevano una cantante. Un giorno, passando davanti allo Studio 19, qui all’Accademia di Surakarta, mi sono fermata udendo una musica strana. Vi era un misto di gamelan giavanese e balinese, un erhu [viella cinese] e altri strumenti nuovi. L’atmosfera creatasi era davvero insolita. Sono rimasta ad ascoltare lì fuori fino alla fine e non mi sono trattenuta dal chiedere che tipo di musica fosse. Mi hanno risposto: ‘Questo è l’ensemble Sono Seni, facciamo musica contemporanea!’.”

La musik kontemporer (“musica contemporanea”) è distinta a Giava dalla musik modern (“musica moderna”) con cui si indicano per lo più i generi ibridi nati attorno agli anni’’60. Con l’aggettivo kontemporer (spesso attribuito a musiche sperimentali) si tende ad indicare forme più sofisticate di sperimentazioni tra generi e tradizioni musicali, una fusione cosciente e ricercata, non semplice frutto della fluidità musicale indotta dalla modernità e dalla corsa alle nuove tecnologie (fenomeno tipico dell’arco di tempo tra gli anni ’60-’80). Da qui la differente denominazione della sindhen kontemporer, che assume un diverso status rispetto alla sindhen modern, quasi considerata come un prodotto passivo dell’epoca e non frutto di una scelta ricercata e consapevole. Da quel giorno, Peni ha cominciato a partecipare alle esercitazioni del Sono Seni, ed il suo interesse per la ricerca musicale è aumentato in modo esponenziale:

“Continuavo ad andare a vedere le loro prove, ero affascinata e desideravo poter aggiungere la mia voce ai loro brani, ma ancora non immaginavo come. Un giorno Mas Gondrong [uno dei membri del Sono Seni] mi ha chiesto di aiutarli a comporre un brano per danza: ‘Ma non devi cantare in modo tradizionale, è una nuova composizione’. Accettai subito entusiasta e mi esibii con loro in un piccolo teatro. L’impianto sonoro era molto buono e ho potuto dar sfogo alle mie qualità vocali. Da lì le persone hanno cominciato a parlare di me, sentivo passare di bocca in bocca i diversi apprezzamenti: ‘C’è una nuova cantante [nel Sono Seni] è come una sindhen ma più sperimentale’. Da quel momento mi hanno ingaggiata nell’ensemble e ho potuto cominciare a comporre e cantare nuova musica.”

Il gruppo Sono Seni è uno dei più noti gruppi di musica contemporanea di Surakarta, fondato da I Wayan Sadra nel 1998. L’ensemble esplora diversi generi musicali da quelli tradizionali (come il gamelan balinese e giavanese) al kroncong al jazz e altri generi tradizionali e contemporanei, sempre alla ricerca di nuove idee che rendano la musica nuova e “contemporanea” ma mantenendo la “tradizione” come filo conduttore. Peni ha aggiunto un elemento fondamentale, la voce:

“L’elemento più peculiare è la parte vocale. Dato che è questa la mia forza ed il mio strumento principale, le mie composizioni si basano sulla voce e gli altri strumenti fanno da accompagnamento. Esibisco la mia qualità vocale. Prendo stili diversi e li unisco nelle mie composizioni. Uno dei primi risultati è stato l’album che ho realizzato come prova finale della mia laurea magistrale, Bramara. In tutti i brani ho espresso la mia qualità vocale passando attraverso diversi stili dai più tradizionali ai più sperimentali.”

Bramara (pron. “Bromorò”) è il primo lavoro di composizione di Peni, presentato come prova finale per la sua specializzazione in composizione all’Accademia di Surakarta, nel 2010. L’album include le tracce An-Nahl, Bire, Bramara, Kidung e Lintang, in cui la voce è la parte principale ed esplora diversi stili, dal canto classico giavanese, al kidung (canto in stile di Giava orientale), al kroncong (genere musicale transculturale che ha avuto ampia diffusione dall’epoca coloniale) a vocalità di ispirazione Indiana e Arabica oltre a generi “occidentali”, accompagnata da un ensemble che unisce strumenti gamelan a strumenti di altre tradizioni asiatiche ed oltre-oceaniche, mescolando tecniche, stili, sonorità e sistemi scalari. Il secondo album, Sekar (uscito nel 2014), continua sulla stessa linea di sperimentazione vocale, utilizzando tecniche e sonorità più mature in cui confluiscono anche gli anni di apprendistato di Peni all’estero. Tutti gli stili appresi ed utilizzati sono frutto di una ricerca personale ed autodidatta di Peni, desiderosa di spingersi oltre i limiti della musica giavanese:

“Ho appreso molti stili da autodidatta, almeno quelli più sperimentali. Quelli tradizionali li avevo già appresi con i miei maestri del liceo musicale e dell’Accademia. Avevo appreso anche qualcosa di più contemporaneo con il maestro Pak Satria, lui voleva insegnarmi come usare le mie potenzialità vocali e come utilizzarle al meglio in modo nuovo. Anche le sperimentazioni con Sono Seni sono state utili. Tutto quello che ho appreso l’ho trasferito nel mio stile vocale.”

L’esperienza all’Accademia di Surakarta si è rivelata dunque fondamentale per Peni, non tanto per gli insegnamenti musicali in sé, quanto per l’opportunità di entrare nel vivo della comunità artistica locale e di venire a contatto con alcuni dei maggiori musicisti, maestri e artisti del contesto tradizionale e contemporaneo e di poter formare il proprio stile e mettere in pratica le proprie potenzialità.

Cover dell’album Sekar by Peni Candrarini (2014) in cui è raffigurata una donna giavanese in abito tradizionale che impugna un rebab, la viella tradizionalmente suonata da musicisti di sesso maschile nelle orchestre gamelan.

Dunque, dopo un primo apprendimento “naturale” ed una seconda formazione accademica, che le ha aperto le porte al mondo artistico più influente e a nuove strade, Peni si è trovata ancora giovanissima ad essere una sindhen molto popolare e al tempo stesso una giovane compositrice di musica contemporanea. Ma ciò che ha determinato la svolta definitiva nella carriera della cantante è stata una borsa di studio di sei mesi presso il California Institute of the Arts. Qui, ancora una volta Peni ha avuto l’opportunità di ampliare le sue conoscenze musicali e di continuare la sua ricerca di tecniche e stili vocali ma, soprattutto, ha potuto conoscere grandi personalità artistiche che la hanno guidata ed ispirata nella continuazione del suo percorso musicale:

“Nel 2011 ho avuto una grande opportunità, ho ottenuto dei fondi dall’Asian Cultural Council per studiare al California Institute of the Arts. Mi hanno chiesto: “Peni vuoi andare a studiare in America?”. Ho detto: “Sì, certo!”. Volevo studiare composizione, approfondire gli studi iniziati all’Accademia con maestri locali e volevo conoscere le tecniche vocali che utilizzano le cantanti di musica contemporanea in America.”

Lo studio all’estero è un’occasione più unica che rara per cantanti tradizionali giavanesi. La maggior parte di esse ha infatti una conoscenza musicale limitata alla musica tradizionale giavanese o a generi pop locali, più raramente pop internazionale e/o generi come K-Pop e ASEAN pop. La maggior parte delle donne indonesiane che ho conosciuto in sette anni di vita e ricerca in Indonesia non ha superato i confini di Giava, e spesso neanche della propria provincia amministrativa di residenza. Superare i confini nazionali per motivi di studio o di carriera è considerata un’opportunità fuori dal comune per molti giavanesi, soprattutto per quelli appartenenti a comunità artistiche tradizionali ed è solitamente riservata agli uomini (ad esempio i maestri di conservatori ed accademie che vengono ingaggiati da ambasciate e università straniere per contratti di insegnamento a classi di gamelan giavanese).

Durante il suo soggiorno americano Peni ha studiato e collaborato con artiste come Meredith Monk e Susan Allen, e ha suonato nei jazz club come il The Stone e al Lincoln Carnagie Hall, oltre all’aver insegnato gamelan ed improvvisazione vocale alla University of Richmond e ad aver scambiato idee e suggestioni con musicisti che provenivano da diversi ambienti musicali (musicisti di piano birmano, cantanti jazz, compositori). I suoi orizzonti si sono ampliati notevolmente e tutt’oggi Peni è invitata a partecipare a numerosissimi progetti internazionali, tra i tanti: HIFA (Harare International Festival of the Arts, Africa 2011-2012); World Festival of Sacred Music (Los Angeles 2011); Lincoln Center White Light Festival (New York, 2011); Cornish Music Series (Seattle 2011); Jeonju International Festival (Corea 2012); WOMAD Festival (Adelaide 2014); Cinnars Biennale (Montreal, Canada 2014); The 50th Asian Cultural Council Anniversary (New York, 2014); Ringling International Arts Festival (Florida 2105); Setouchi Triennal (Giappone 2016); Eropalia (Amsterdam 2018). Ha collaborato con molti artisti locali ed internazionali, a partire dal compositore Rahayu Supanggah ed il registra Garin Nugroho, fino alla Melbourne Symphony Orchestra, Kit Young, Suzanne Teng, Roman Stoylar, Jarad Powel e Jessika Kenney. Nonostante la nuova carriera internazionale, Peni pratica ancora il canto sindhen classico e la musica gamelan tradizionale ma lo fa alla sua maniera, ovvero la maniera di una sindhen “contemporanea” avente il suo stile individuale, sempre aperta a nuovi stimoli e che innova la tradizione coscientemente, senza seguire mode e tendenze:

“Pratico ancora la musica tradizionale. Insegno nelle classi di tembang [brani vocali giavanesi], sono ancora molto legata alla tradizione. Ma sono uscita dal circuito del teatro delle ombre, perché è troppo pop, è una vetrina: ‘Oh. Questa sindhen è così popolare! Oh, questa sindhen è così famosa!’. Le mie priorità sono il canto e la composizione. Faccio parte di due mondi: il tradizionale ed il contemporaneo. C’è un sacco di conoscenza che passa per la mia mente ed il mio spirito. Conoscenza vocale, musicale. Ho dato vita al mio stile personale grazie a tutta questa conoscenza accumulata. Il mio stile vocale è distinguibile dalle altre. Puoi cercare le mie esecuzioni su YouTube. Molte delle elaborazioni che utilizzo sono quelle dei miei maestri ma ce ne sono molte altre che vengono direttamente dalla mia anima e che rispecchiano il mio carattere e la mia qualità vocale. Finalmente ho raggiunto un mio stile che fa scuola all’interno della musica giavanese. Oggi, quando si studiano i brani classici, si fa ‘ala Peni’ [nel modo di Peni].”

La reazione di Peni al mondo “pop” delle sindhen “moderne” (identificato soprattutto nel mondo del teatro delle ombre) è stata quella di cercare una nuova via. Traendo ispirazione dalla “tradizione” Peni è riuscita ad utilizzare gli elementi appresi per creare un suo stile individuale, identificato come “contemporaneo” e che dunque rimanda ad un certo tipo di ricerca stilistica nel mondo della musica sperimentale e torna in qualche modo a quella “raffinatezza” e “dignità” della cantante che si era persa nell’eclettico “mondo delle cantanti pop”. Una “raffinatezza” che non è più legata alla donna come ideale cortese della ninfa celeste, costretta nei suoi canoni comportamentali e nelle ideologie di genere ma una nuova dignità musicale di esecutrice e compositrice colta e preparata al livello internazionale.

Peni Candrarini durante una delle sue lezioni di composizione presso l’ISI (Accademia Indonesiana delle Arti) di Surakarta.

Peni è quindi divisa tra due mondi (la tradizione e la contemporaneità) che riesce ad integrare tra loro, da un lato, utilizzando la musica tradizionale come base per le sue nuove composizioni, dall’altro, applicando tecniche vocali sperimentali al canto sindhen, e creando dei nuovi modelli che rispondano al suo stile individuale più che a dettami accademici. Le motivazioni di questa scelta risiedono in convinzioni personali di Peni, in linea con il suo modo di essere e con la sua sensibilità artistica, che non contengono giudizi negativi verso chi “sceglie” l’altra strada (quella della popolarità “moderna”) come sua sorella Kesi, che lei stima e supporta:

“Ho lasciato quel mondo perché ne avevo abbastanza. Certo, se mio padre mi chiede di cantare in un suo spettacolo lo faccio. Ma per il resto, penso: ‘Ok, lasciamo che le nuove generazioni vadano dove vogliono andare’. Io insegno alle mie allieve come divenire una sindhen tradizionale e credo che la composizione sia una buona strada se si cerca l’innovazione, molto più che la musica pop, ma questo è il mio personalissimo modo di vedere le cose, è più in linea con la mia sensibilità. Ero stufa di fare quegli spettacoli dalla sera alla mattina, mi sentivo come un cavallo da soma. La mattina tenevo le lezioni, poi nel pomeriggio raggiungevo la location, lo spettacolo andava avanti tutta la notte e poi di mattina, di nuovo, bisognava tornare indietro e rimettersi in classe. In realtà questa è una delle motivazioni, ce ne sono diverse. La prima, è la questione generazionale, è giunta l’ora di un cambiamento. La seconda, una questione di salute fisica e la terza, perché vorrei che ci siano altre strade oltre a quella del pop e del teatro delle ombre. Molte sindhen oggi tendono ad intrattenere senza andare a fondo in ciò che fanno, in questo modo l’immagine della donna è reificata.”

Peni sostiene che il passaggio generazionale dalla sindhen tradizionale alla sindhen moderna ha solo trasformato le modalità di intrattenimento ed i repertori ma non ha davvero modificato il ruolo ideale della donna retaggio della vecchia società giavanese feudale e patriarcale, anzi, sotto un certo punto di vista, l’ha peggiorata, ponendo l’attenzione sull’apparenza più che sulla sostanza dell’esecuzione musicale. Il vero cambiamento è quello che vede la cantante donna protagonista e artefice della sua carriera artistica non più immobile icona simbolo di gerarchie passate:

“La competizione tra sindhen c’è sempre stata, ma prima ci si misurava sulle abilità canore, ora sull’apparenza, quindi da un certo punto di vista la situazione è peggiorata. Il secolo scorso ha visto cantanti come Ngadirah o Yatmi che creavano un loro stile personale, seppure inquadrate all’interno della tradizione e dei suoi canoni. Ora è diverso, le sindhen sono ingaggiate nei teatri delle ombre maggiormente per la loro “dolcezza” perché sono ‘così carine!’ [ride]. Sono cambiati i parametri di giudizio. È per questo che ho smesso di essere parte di quel mondo. Non vorrei essere provocatoria, ma c’è chi si trova bene in questo sistema. Ognuno la pensa diversamente e rispetto chi sceglie questo percorso, ma io ero stufa di essere una bambolina, nonostante non si possa negare che i guadagni possano essere cospicui [ride].”

Le chiedo se la scissione tra la cantante del secolo scorso e la cantante moderna sia inevitabile e se la via da lei proposta sia in un certo senso una rivalutazione della donna, oltre che dell’artista, nella società giavanese:

“Il problema è che oggi come oggi la sindhen “classica” propriamente intesa si trova in così pochi contesti… forse solo al palazzo reale in cui la musica ha ancora funzioni cerimoniali. Ma in tutte le altre performance nelle città e nei villaggi, già si nota il cambiamento di rotta. Questo è il secolo dell’intrattenimento, alle sindhen si richiede humor, si richiede di alzarsi in piedi e danzare, anche in modo sensuale, come le licenziose cantanti-danzatrici itineranti dei tempi coloniali. La musica tradizionale sopravvive grazie a queste due facce della medaglia: la tradizione e l’innovazione. È questo che rende la tradizione viva e continua. E noi, in quanto sindhen, dobbiamo scegliere da che parte posizionarci. E a questo punto io mi chiedo: chi vogliamo essere?”

Le dico che ho notato spesso i fenomeni a cui lei si riferisce, ovvero la sempre crescente richiesta di interazione ed intrattenimento da parte di pubblico maschile, che sembra non rispettare più i limiti “tradizionali” che vedevano le cantanti femminili in una posizione di semi-inginocchiamento, statico e composto (anche per la durata di otto ore consecutive nell’arco di una nottata). In questo senso l’emancipazione femminile risulta solo un’illusoria corsa verso una maggiore spregiudicatezza che in realtà la oggettivizza ancora di più:

“Ho visto alcuni video su Instagram. Sono così dispiaciuta per quelle donne, devono servire alcol e sottostare ad ogni tipo di avances … non nego che mi è capitato in passato. Una volta ero stata ingaggiata come sindhen in uno spettacolo a Sragen [Giava centro-orientale] e un uomo ha provato a negoziarmi. Mi ha chiesto se fossi “accompagnata”, che è un modo simbolico per alludere ad un certo tipo di prestazioni. Questo purtroppo è il mondo dell’intrattenimento.”

Domando se la scelta da lei intrapresa abbia quindi a che fare anche con motivazioni legate alla dignità personale come donna:

“Certo, è una scelta personale. Dove vogliamo collocare noi stesse? La bellezza e la voce sono doni di Dio, ma sta a noi decidere come utilizzare questi doni. Possiamo divenire brave sindhen e fare sfoggio della nostra bellezza e delle nostre doti canore, ma può esserci un’energia, una forza che ci spinge oltre questo, no?”

Quando le chiedo cosa ricerca Peni nelle sue composizioni, quale sia la sua concezione della bellezza in musica, soprattutto nella musica giavanese contemporanea relativa alla sfera delle arti femminili, Peni non ha dubbi:

“Comporre per me è un lavoro concettuale, è vitamina per la mente. Comporre la mia musica senza uno scopo specifico è più liberatorio dell’imposizione del “cosa devi cantare” o come ti devi atteggiare, quando fai la sindhen. A volte si fa per denaro, per la popolarità, per mostrarsi: ‘Sono bella, ho una bella voce’. Questi sono i valori che contano di più nella popular music: sei bella o hai una bella voce naturale, allora ha un qualche valore. Non mi piace essere giudicata secondo questi parametri. La bellezza per me è altro, è libertà di espressione in ogni sua forma, è ricerca continua, sperimentazione e superamento dei limiti. In questo senso posso dire di aver sfondato una nuova porta in un mondo precluso alla maggior parte delle donne giavanesi: io sono una donna che compone.”

Questo lungo monologo finale a conclusione dell’intervista esprime al meglio una serie di concetti e problematiche che molti hanno dibattuto e ancora dibattono ma ai quali pochi tentano di trovare delle soluzioni. L’aprire nuove strade e nuovi percorsi, sfondando barriere musicali, performative, regionali, nazionali e di genere. L’ultima frase di Peni è molto significativa della volontà di “de-sessualizzare” le arti o di abolire barriere di genere spesso insite nei contesti artistici tradizionali.  Anche questi sono modi di innovare, andando comunque incontro a fratture secolari, ma che possono rispettare le convinzioni e la sensibilità di chi, come Peni, accetta il progresso ma non è disposto a confonderlo con la popolarità e la “modernità mediatica” retaggio di una cultura volta all’intrattenimento e all’emulazione di determinati modelli, che possono essere valutati più o meno conformi alla continuità delle tradizioni viventi nel contesto giavanese. La vera bellezza è nella libertà di espressione, nella sperimentazione e nella continua ricerca di forme di espressione, tramite la musica e l’arte a cui grandi donne come Peni riescono letteralmente a dare “voce”.

Ascolti consigliati:

Bramara by Peni Candrarini, 1° gennaio 2010, remastered 2019, Jagad Sentana Art: https://peni.bandcamp.com/album/bramara

Sekar by Peni Candrarini, 7 maggio 2014: https://peni.bandcamp.com/album/sekar

Video consigliati:

Nyai Ontosoroh by Peni Candrarini e Ade Suharto (Eropalia Festival 2017): https://www.youtube.com/watch?v=tHIGEeN8rf8

Jangkar by Peni Candrarini: https://www.youtube.com/watch?v=W9nvyr_2Wao

Keraton by Peni Candrarini: https://www.youtube.com/watch?v=LYjNFb3Th4Q